In Calabria una via della seta

Sono pimpanti, capaci, creativi, attenti al territorio e legati alla sua storia. Tutte qualità che hanno favorito l’avvio della loro scelta imprenditoriale: la cooperativa “Nido di seta”. Domenico Vivino, Miria Pugliese e Giovanna Bagnato sono tre giovani calabresi che hanno creduto nel recupero dell’antica tradizione serica di San Floro (risale al 1400), piccolo borgo della provincia di Catanzaro. Dopo anni di studio i tre professionisti sono ripartiti dal comune dell’entroterra calabrese per rilanciare l’intero processo della bachicoltura, dalla terra al filato. E così la seta, tessuto delicato e antico, prodotto nobile che ha riempito i mercati di ogni luogo viaggiando da un Paese all’altro, ritorna e rende nuovamente fruttuoso il commercio di questo piccolo paesino, dove, oltre a produrre sciarpe, cravatte, capi di alta sartoria e gioielli, si dà lavoro, si esporta e si accolgono turisti e studenti: «Ogni anno riceviamo migliaia di visitatori», rivela Francesca impiegata stagionalmente, insieme ad altri cinque dipendenti. San Floro sorge a 244 metri sul livello del mare. Appena fuori paese si può ammirare la coltivazione di gelsi che già quindici anni fa il Comune provò a rimettere in moto. È un luogo suggestivo, silenzioso e isolato. «Dal 2015 gestiamo tremila piante kokosù in un terreno concesso in affitto dall’Ente comunale. Gli alberi garantiscono tre cicli di allevamento l’anno, da aprile a ottobre», spiega Domenico. «Utilizziamo cinque telai. Ogni telaio conta ventimila bachi da seta e, nel processo, ci avvaliamo del metodo tradizionale» come avveniva nelle antiche filandere dell’Ottocento: dall’essicatoio, che faceva morire la crisalide prima che forasse il bozzolo di seta, fino alla filanda vera e propria, con le donne che cercavano nell’acqua calda il capo, filo da avvolgere poi nella matassa. «Dopo aver estratto la seta, la tingiamo con colori naturali che ricaviamo dall’uva di Cirò, dalla cipolla di Tropea, dalla radice di robbia, mallo di noce e melograno», mostra Francesca dopo aver ultimato la trattura che consiste nel riunire un certo numero di bave per formare un filo di seta. Le more di gelso vengono invece destinate alla produzione della confettura extra biologica. “Nido di seta” offre ai suoi ospiti la possibilità di immergersi a 360 gradi nel mondo della seta, partendo dal Museo, allestito all’interno del Castello Caracciolo, dove sono custoditi costumi d’epoca e dove l’archeologia industriale tessile racconta la storia sericola calabrese, avente come protagonista la città di Catanzaro, considerata tra il 1300 e il 1700 capitale europea della seta. In un’altra sezione sono esposti manufatti in seta greggia contemporanei, mentre un’altra area è dedicata al gelso, al baco da seta e alle fibre naturali. Negli anni è stato anche allestito uno spazio dedicato alla seta nel mondo con l’esposizione di tessuti e costumi tradizionali di Paesi che hanno uno stretto legame con la cultura serica, come Francia, Thailandia, India. Il percorso continua in campagna dove si possono visitare l’allevamento dei bachi da seta e partecipare all’estrazione del filato dal bozzolo. Dopo una passeggiata nel gelseto, è possibile pranzare «degustando piatti rigorosamente “bio” a base di prodotti provenienti dai nostri orti o da produttori locali». «Progetti futuri?», abbiamo domandato a Domenico, Miriam e Giovanna. «Lavoriamo da tempo – ci hanno spiegato – per ottenere l’installazione di una filanda nella regione che consentirebbe di aumentare i processi artigianali e industriali. La richiesta abbonda, dall’Italia come dall’estero, quindi è fondamentale aumentare la produzione. Attendiamo!», conclude Domenico e torna in azienda. «La giornata è ancora lunga e il lavoro è tanto».

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